Lanciano 30 settembre 2022
di Vincenzo Visco

 

Salvatore Biasco ci ha lasciato improvvisamente il 6 settembre scorso. Penso che tutti (o quasi) i presenti conoscessero Salvatore, lo apprezzassero e gli fossero amici. Ottimo economista, si era laureato a Roma nella Facoltà di Statistica con Paolo Sylos Labini, e aveva poi studiato a Cambridge (Trinity College) con Maurice Dobb, Nicholas Kaldor, e Hyman Minsky. Ha insegnato all’Università di Modena e alla Sapienza di Roma. Nel 1981 ha vinto il premio St. Vincent per il libro l’inflazione nei Paesi capitalistici industrializzati. Il ruolo della loro interdipendenza. Nella sua attività accademica è stato tra i commissari del concorso che “mise in cattedra” -come si dice- Mario Draghi, più giovane di solo 7-8 anni. E’ stato un uomo politico e membro del Parlamento dal 1996 al 2001., e presidente della Commissione dei 30 sulla riforma del sistema tributario.

Oggi mi si chiede di ricordare Biasco, non come economista, ma come pensatore e saggista sociale. Ed infatti da più di 10 anni Salvatore si occupava dei problemi politici legati alla globalizzazione ai suoi effetti e alla sua crisi, alla crisi della sinistra, al ruolo dello Stato nelle economie, alle prospettive delle nostre società. In proposito ha scritto molto, ben 4 libri: Per una sinistra pensante, 2009; Ripensando il capitalismo, 2012; Regole, Stato, uguaglianza, 2016; e da ultimo, Le ragioni per un ritorno alla socialdemocrazia, 2022, appena pubblicato. Ha dato vita con grande tenacia e capacità organizzativa ad un network di studiosi che ha impegnato per alcuni anni sulla discussione di questi temi, e organizzato convegni i cui risultati si possono trovare sul sito ripensare la sinistra.org. 

Biasco parte dall’analisi del neoliberismo che è stato “un periodo storico, una fase del capitalismo, un’ideologia e un insieme di processi istituzionali e politici”, caratterizzato da sei elementi distintivi: le politiche pro mercato, la finanziarizzazione delle economie, la globalizzazione della produzione e del commercio guidata dalle multinazionali, l’assetto geopolitico caratterizzato da un ordine internazionale aperto e multilaterale garantito da un Paese leader, una regolazione sociale caratterizzata da rapporti di forza favorevoli al mondo degli affari che ha prodotto precarizzazione del lavoro, marginalizzazione dei sindacati, bassi salari, e al tempo stesso accumulazione e concentrazione della ricchezza, il tutto unificato da una cultura egemone.

Gli esiti del processo in atto da alcuni decenni sono noti: rottura e frammentazione delle società, vincitori e vinti, diseguaglianze estreme e crescenti. Per lungo tempo le sei caratteristiche del neoliberismo sono state molto salde: ciascuno dei sei elementi caratteristici implicava tutti gli altri e si rafforzavano vicendevolmente. Oggi, secondo Biasco, non è più così, le cose stanno cambiando. In particolare, il quadro geopolitico sta mutando velocemente diventando sempre più conflittuale, il che è un ostacolo al processo di globalizzazione che sta infatti regredendo. Al tempo stesso la legittimazione culturale del neoliberismo sta perdendo la sua carica di egemonia, di senso comune.

Le altre caratteristiche, secondo Salvatore, rimangano per il momento sostanzialmente invariate. In particolare la Finanza continua ad essere dominante, caratterizzata da un insieme di operatori che operano su scala globale: gestori di fondi pensione, di fondi comuni, monetari o di investimento, di tesorieri delle grandi banche, assicurazioni, e grandi imprese, che comprano e vendono titoli con l’obiettivo di accrescere continuamente e sistematicamente il valore degli assets in loro possesso, in una spirale senza fine in cui i risparmi privati che dovrebbero essere la garanzia dell’intero mercato, rappresentano una componente trascurabile del valore complessivo.

I gestori dei fondi inoltre sono in grado di imporre alle imprese da loro controllate o partecipate regole di comportamento e di gestione volte anche esse a massimizzare nel breve-medio periodo il valore di mercato delle imprese stesse secondo la stessa logica finanziaria seguita sui mercati, operando scorpori, fusioni, acquisizioni, vendite, riorganizzazioni interne, esternalizzazioni, e quant’altro, al fine di accrescere il valore per gli azionisti, e al tempo stesso di ridurre i costi attraverso processi di “efficientamento”, e soprattutto i costi del lavoro e l’occupazione. Anche l’influenza esercitata sugli Stati è notevole e spesso decisiva. Dopo la crisi del 2007-08 sono stati introdotti limiti alla operatività corrente delle banche, ma nel complesso il mercato finanziario non sembra particolarmente toccato dal momento che dal 2008 i debiti complessivi mondiali si sono più che triplicati.

Un sistema di questo genere, una piramide rovesciata sempre più grande, un soufflé che continua a gonfiarsi, crea rischi molto seri di instabilità. Gli effetti dei conflitti in corso, guerre e non solo, non sono esaminati da Salvatore, in quanto troppo recenti, ma possono dare un colpo molto serio agli equilibri finanziari e quindi economici del mondo, cosa che in realtà non converrebbe per il momento né agli Stati Uniti né alla Cina, e che quindi si cercherà di evitare. Se sarà possibile farlo, tuttavia è un altro problema.

Analogamente, per quanto riguarda la produzione, assistiamo a un processo di deglobalizzazione individuato da Biasco, ma che sta avvenendo a un ritmo più rapido di quello da lui analizzato nei suoi ultimi scritti. Al centro dei processi produttivi contemporanei vi sono state per alcuni decenni le decisioni delle società multinazionali che organizzano e distribuiscono nel mondo intero unità tecniche di produzione collegate in rete e coordinate in filiere globali in continua riorganizzazione, secondo una logica di minimizzazione del costo del lavoro, delle tasse, e di facilità di accesso ai mercati. Questo sistema ha prodotto delocalizzazioni, esternalizzazioni e precarietà del lavoro, soprattutto nei servizi. Gli obiettivi sono stati quelli di condizionare i governi, pagare meno tasse, cambiare la legislazione sul lavoro, acquisire i concorrenti impedendo loro di crescere, e, come scrive Salvatore, far diventate l’interesse commerciale un interesse pubblico ed estendere il campo d’azione del capitale privato in settori un tempo almeno parzialmente preclusi (come la sanità, la scuola, le utilities, ecc.)

Questo assetto produttivo e finanziario ha determinato sul piano sociale polarizzazione nelle retribuzioni, instabilità occupazionale, compressione dei salari, precarizzazione, e insicurezza economica che coinvolge anche le classi medie. In sintesi, il capitalismo finanziario creato dal neoliberismo produce diseguaglianze crescenti e una conseguente distribuzione del potere sociale (e politico) in base alla ricchezza, alle conoscenze e alle informazioni possedute. I lavoratori risultano molto indeboliti, frammentati, disarmati e poco organizzati rispetto alle dimensioni e all’organizzazione delle grandi imprese moderne, con i sindacati delegittimati e impotenti. La disoccupazione rimane elevata e la crescita della produttività diventa appannaggio quasi esclusivamente dei profitti; avanza il fenomeno dei lavoratori poveri, e l’impoverimento di ampi settori dei lavoratori autonomi. La rappresentanza politica dei perdenti diventa sempre più difficile, anche perché la cultura egemone non li rappresenta come tali, bensì come artefici, essi stessi, della loro cattiva sorte. Come il riflusso della globalizzazione possa cambiare questa situazione è difficile prevedere e sarebbe stata sicuramente al centro delle riflessioni di Salvatore.

Questa situazione ha creato reazioni sociali che sono diventate sempre più radicali, che alla polarizzazione economica hanno visto affiancarsi la radicalizzazione politica. Le masse si rivoltano contro le élite, contro quelli che hanno studiato ma che hanno tradito, contro la scienza, i giornali, il politically correct, mentre le culture complottiste dilagano. Nascono così le posizioni sovraniste. Innanzitutto negli Stati Uniti con Trump, ma con le stesse caratteristiche in tutti i Paesi. Queste reazioni individuano le cause delle difficoltà attuali nella immigrazione, nella concorrenza sleale cinese, nello straniero, nella politica inetta, chiedendo protezione, decisionismo e autorità. In concreto, mentre esiste una spinta protezionista piuttosto forte ed evidente, non si mette però in discussione il sistema economico dominante, il capitalismo liberista, e si continua, almeno negli Stati Uniti, con gli interventi tipici delle destre neoliberiste degli ultimi anni che aumentano il potere e la ricchezza dei più ricchi e delle corporations. Negli altri Paesi, le spinte verso la chiusura sono molto forti, ma nessuno vuole rinunciare alla possibilità di commerciare, e nessuno pensa di mettere in discussione il potere e gli interessi delle classi economicamente egemoni. Permane l’ostilità nei confronti dei sindacati, e la politica fiscale si concentra su incentivi, detassazioni e bonus di varia natura. Citando Salvatore: “E’ tipico di queste impostazioni vedere il recupero della manifattura come simbolo di forza nazionale e come fonte di buoni e ben retribuiti posti di lavoro, ma è fuori da quel campo visivo percepire che non è la manifattura in sé ma il successo di lavoratori sindacalizzati ad alzare i salari. Si tratta a tutto tondo di una versione illiberale, xenofoba e militarista che in modo sui generis è dentro e non fuori il campo del neoliberismo e dell’economia globale”

Decisiva è stata nei decenni passati l’egemonia culturale del neoliberismo che Biasco ritiene incomprensibile salvo far ricorso a elementi culturali quale il convincimento di una “apparente oggettività delle caratteristiche salienti del sistema produttivo e sociale, dell’assenza di alternative, di un modo di governarlo appartenente all’ordine naturale delle cose, della responsabilità personale nell’insuccesso personale”. E cioè in sostanza nell’affermarsi dell’individualismo, rispetto agli interessi della società.

Del tutto diversa era l’egemonia socialdemocratica che il neoliberismo ha sostituito: “Vi era allora la capacità di larghe masse di incidere sui meccanismi produttivi e sociali del regime capitalistico attraverso l’azione collettiva e la rappresentanza; le istituzioni erano permeabili alle istanze provenienti dal basso, e vi era la convinzione che lo Stato avrebbe corretto l’agire del mercato nell’interesse della collettività” 

In questa situazione Salvatore vede tre possibili vie di evoluzione politica nei Paesi occidentali. A) una saldatura tra partiti sovranisti e classi subalterne in un blocco interclassista sorretto da una retorica populista e pro-lavoratori. Una politica neocorporativa, basata su una collaborazione tra grande capitale alcuni sindacati, le associazioni di categoria, l’alta burocrazia, e un nuovo establishment, nel quale i ricchi mantengono i loro privilegi. Tuttavia, con la sola retorica non si va lontano. La gente chiede sicurezza economica, occupazione, redistribuzione che difficilmente questo assetto politico potrebbe produrre, essendo basato su una rappresentazione della realtà del tutto irrealistica e spesso del tutto falsa; B) il recupero da parte dell’establishment attuale di una consapevolezza in grado di fornire risposte alla rabbia sociale dei perdenti, e rivedere i termini del patto sociale al fine di garantire la loro stessa sopravvivenza come classe dirigente. Un segnale in questa direzione è rappresentato dal PNRR varato dall’Unione Europea, che tuttavia di fronte alla crisi energetica prodotta dalla guerra non sembra in grado di agire con la sessa lucidità; C) Una riscossa delle forze di sinistra, attraverso “una mobilitazione solidale che sospinga lo Stato ad intervenire e a regolare mercato e capitalismi”.

E’ in questo senso che Salvatore sostiene il ritorno alla socialdemocrazia. La socialdemocrazia per Biasco è “una visione del mondo prima di essere una organizzazione politica o di identificarsi con un gruppo di politiche (tendenzialmente welfaristiche)”. “Socialdemocrazia è una lettura della società, della formazione del potere, dei limiti del mercato, delle deficienze del capitalismo, del ruolo delle Stato e della politica”…. E in questa logica egli indica “quegli orizzonti che vanno posti all’ordine del giorno affinché la rottura culturale possa trovare indirizzi democratici incorporati in modelli alternativi di società e di organizzazione della produzione. A tal fine prioritari sono tutti gli interventi volti a ridurre le diseguaglianze. Lo Stato deve quindi riprendere “il controllo di ciò che gli è stato sottratto. Il che implica: rinazionalizzare alcuni servizi essenziali, tassare la ricchezza a fini redistributivi, obbligare le imprese ad accettare responsabilità verso i lavoratori e le comunità, svolgere politiche di ripristino dei diritti collettivi e favorevoli ai salari, sforzarsi di indirizzare la tecnologia verso sviluppi che valorizzino il lavoro invece di risparmiarlo, ridurre gli orari di lavoro, mettere imprese pubbliche a presidio di settori strategici, ecc. Vi includo anche cominciare ad indirizzarsi verso l’istituzione di un minimo vitale… Ma l’obiettivo principale è tenere l’economia in crescita e arrivare nuovamente alla piena occupazione attraverso l’infrastrutturazione, la ricerca, l’istruzione, lo sviluppo di reti e piattaforme…, piani specifici di riassorbimento della disoccupazione, e, in genere, perseguendo tutto ciò che privilegi i consumi collettivi e l’ecologia e cambi il modello di sviluppo.”

L’attuazione di queste politiche richiede un coordinamento internazionale e quindi un forte impegno del Paese in Europa.

Un programma socialdemocratico per l’Italia è contenuto nel documento che il network di volenterosi organizzati da Salvatore avrebbe dovuto discutere il 29 settembre. Su di esso non ho tempo per dilungarmi.

Come Si vede quelle di Biasco sono posizioni forti, radicali, forse in qualche punto eccessive, ma comunque logicamente coerenti e consapevoli della sfida in corso. 

E’ in questo contesto che si colloca una polemica di Biasco con Salvati sulla involuzione della democrazia in occidente. Mentre Salvati ritiene che il fatto che molti ritengono che la democrazia sia oggi più in crisi rispetto al passato sia in gran parte il frutto di “illusioni ottiche”, Biasco sostiene, a mio modo di vedere correttamente, che il grado di democrazia di un Paese sia strettamente collegato al livello di inclusione sociale che esso esprime. Scrive Salvatore: “possiamo convenire di considerare più democratico un sistema quanto maggiori siano le possibilità di scelta individuale e collettiva in merito ai vari aspetti dell’assetto sociale ed economico, quanta più partecipazione…consenta, quanta più capacità di controllo abbiano i singoli sui processi che su di loro ricadano, quanta più socialità di qualsiasi forma sia incorporata nel processo produttivo, quanto più protetti siano i rischi sociali, quanto maggiore sia l’equilibrio di poteri in campo economico,… quanto più il sistema sia protetto dell’incertezza economica e preservato da rischi e oscillazioni”, quanto  più il sistema sia capace di assicurare un grado accettabile di eguaglianza. Da questo punto di vista la superiorità del periodo “socialdemocratico” è per Biasco assolutamente evidente.

E’ in questo contesto che si collocano alcuni interventi di Biasco sul PD e la sua evoluzione. Il PD  è stato costruito come partito d’opinione che ha allentato o recisi i rapporti organici con la parte della popolazione più in difficoltà, con i sindacati, con i corpi intermedi, che ha fatto propri, al Lingotto, i principi del liberalismo economico, che adotta un metodo plebiscitario per la scelta del leader, che non ha una vita interna adeguata e che ha progressivamente perso i legami popolari. Tuttavia, Biasco non ritiene che il partito sia irrecuperabile, né che al suo interno siano venute meno le forze e le istanze per una politica di sinistra. Ritiene che la strada per una ripresa sia difficile, ma che sia necessario intraprenderla.

 Rimane ancora da chiedersi dove si colloca Biasco nel composito arcipelago della sinistra odierna. In una recente recensione all’ultimo libro di Salvatore Michele Salvati lo critica per non tener conto nella sua analisi del punto di vista “degli altri”, e sostiene che liberaldemocrazia e socialdemocrazia sono indissolubilmente legate. Questa è una tesi piuttosto diffusa sostenuta da Salvati nel suo libro con Dilmore in cui si sostiene la necessità di un “liberalismo inclusivo”. Una tesi simile, anche se non coincidente è sostenuta da Emanuele Felice che indica come obiettivo che la sinistra dovrebbe perseguire, una sintesi del pensiero liberale, di quello socialista e di quello ecologista. E’ singolare che anche nel libro di Sahra Wagenknecht, che è stata capogruppo al Parlamento tedesco per la Linke, recentemente pubblicato in Italia col titolo Contro la sinistra neo liberale, oltre ad attacchi durissimi alla “sinistra alla moda”, si sostiene in conclusione che il liberal socialismo rappresenta un patrimonio di idee e valori su cui si potrebbe costruire una “vera sinistra”. Personalmente non sono pregiudizialmente contrario a questo approccio, tuttavia mi sembrano utili alcune considerazioni che probabilmente Salvatore condividerebbe: Il liberalismo, dopo che John Locke ne definì i principi fondamentali, è stato fin dall’inizio l’ideologia della borghesia, e il pilastro fondamentale del capitalismo. Locke riteneva che la proprietà privata insieme al diritto alla vita e all’eguaglianza civile fosse un diritto naturale degli individui. Al liberalismo si è contrapposto il socialismo marxista: due ideologie contrapposte, una fondata sull’individualismo, l’altra sull’organizzazione sociale. Certo esiste un liberalismo di sinistra, quello di Mill, Rousseau…,e Mill stesso cerca di unire  i principi liberali a quelli egualitari socialisti, ma il liberalismo nella sua essenza e nella sua versione dominante non è certo un pensiero si sinistra. E sarebbe difficile classificare Salvatore Biasco come un liberal socialista, ma piuttosto un socialdemocratico post Bad Godesberg, che accetta naturalmente la democrazia, la divisione dei poteri, la libertà di stampa, di associazione e quant’altro, ed accetta anche il capitalismo come sistema di produzione della ricchezza più efficace, ma ritiene anche, come si è visto, che esso vada strettamente controllato, orientato, possibilmente programmato in funzione di obiettivi sociali collettivi. E’ stato essenzialmente un socialista riformista nella migliore tradizione della sinistra italiana, ma difficilmente classificabile come liberale.

I suoi scritti sono densi, complessi e non sempre di facile lettura, tuttavia essi dovrebbero essere letti e discussi soprattutto in questo periodo di difficile transizione.